ADESSO SI VEDE IL VERO LEADER

L’Italia è in lockdown, ma non immobile. Per certi versi, anzi, questa situazione “sospesa” rende ancor più essenziale il ruolo di quei manager, di quei leader che sanno portare luce nel buio fitto.

La sfida attuale

Il Coronavirus può aver sorpreso la nostra vita professionale in un momento già maturo, dove cioè l’incarico lavorativo era già soddisfacente con un ruolo alto, grandi responsabilità, un team numeroso e un budget importati… Oppure il Covid-19 può essersi intrufolato nella nostra quotidianità proprio mentre stavamo per raggiungere una posizione molto ricercata, per la quale la preparazione era stata lunga e il tempo finalmente aveva giocato a nostro favore.

In entrambe le situazioni, quel che resta è il nostro ruolo di leader: una persona, cioè, che sa fare la differenza.

Sgombriamo, però, il campo da un equivoco: leader non significa solo essere capo. È un modo di essere, è la capacità di saper ispirare chi ci è accanto, avere una visione che può cambiare quel che ci circonda. Come?

Grazie all’esperienza sul campo e alle competenze. Ebbene, niente di tutto questo si arresta. Ora più che mai la nostra vita professionale deve essere come una ruota che gira talmente veloce da sembrare ferma, a prima vista, mentre così forte non è mai andata.

Qual è la strada?

Essere un leader oggi significa essere quello che siamo al meglio. Una posizione di rilievo mette la persona sotto un occhio di bue: tutti osservano quel che facciamo e diciamo, insomma quel che siamo.

Essere competenti, quindi, significa essere preparati, impegnati, disposti a studiare e ascoltare chi magari ha più esperienza su determinati aspetti – ora più che mai utili -: essere aperti a chi può aiutarci a comprendere; questo ci permetterà di essere autorevoli, non solo perché si è molto competenti, ma perché chi ci è vicino si sente ingaggiato, valorizzato. Ebbene, questo atteggiamento sarà quello che comproverà il nostro talento tecnico e costituirà il nostro biglietto da visita all’interno e all’esterno dell’azienda.

L’engagement, quindi, si incrementa tanto più il leader è capace di ingaggiare gli altri.

Paradossalmente in epoca di smartworking, le relazioni sono in primo piano. Soprattutto in una situazione emergenziale, dove anche i sentimenti negativi vengono a galla, impegniamoci a capire le difficoltà e a tendere la mano.

Non inganniamoci: è un atteggiamento che non deve solo confermare i collaboratori, ma spesso richiede di correggere, riprendere. Il punto è che non venga mai messo in dubbio il valore che l’altro ha per noi.

Per questo il leader deve essere consapevole, cioè sapere qual è il bene per l’altro, mai ricattato dalla paura di perdere il legame con il collaboratore. Ora che il rapporto per la maggior parte delle attività produttive non avviene più di persona la scommessa è doppia: tutto quel che vediamo tramite uno schermo o il tono e il volume di voce al telefono devono essere per noi un segnale per cambiare atteggiamento laddove serva, per riprendere, incoraggiare, ampliare la visione, guardare tutto anche dal punto di vista dell’altro per avvicinarsi e capirlo di più. La domanda “come stai?”, ad esempio, oggi sia meno formale perché, alle volte, l’occuparsi dell’altro crea un legame più profondo, con ritorni positivi anche per l’azienda.

Il fulcro di tutto questo è la motivazione, la ragione di quel che chiediamo ai nostri collaboratori. Leader, allora, è colui che si distingue per la sua visione, a maggior ragione oggi che paiono regnare incertezza e confusione.