DOVE STA ANDANDO IL LAVORO?

Con il Covid19 abbiamo imparato che il lavoro non è un posto dove si va. Uscire e andare al lavoro non è più stato possibile. Il lavoro si fa, al lavoro si contribuisce, nel lavoro si cresce.

L’impatto del virus con la nostra normalità ci ha insegnato a dimenticare l’esodo quotidiano dalle periferie ai centri per lavorare e dai centri alle periferie per tornare a casa.

Chi ha potuto ha dato spazio a quello che per molti era solo un termine: lo smartworking. Pensavamo che fosse il futuro e, invece, è diventato il presente nel giro di pochi giorni. Così, lavorare da casa ha costretto tutti a un nuovo ordine, una programmazione più puntuale e organizzata, seppur in ciabatte, e la necessità di guardare in prospettiva.

I giovani, per la verità, manifestavano già l’esigenza che il lavoro non fosse un “posto”: il 60% dei Millennials, lo sanno bene le risorse umane, non vogliono un ufficio, una sedia e un tavolo. Chiedono obiettivi e un portatile. Sostengono che si possa lavorare ovunque e da dovunque perché il punto è raggiungere la meta.

Ma anche le società stanno imparando a modellarsi su bisogni nuovi e, così, a cambiare: le organizzazioni, sempre più, mettono al centro il tema delle diversità. Secondo McKinsey, questa strada fa guadagnare mediamente il 15% di probabilità di migliori risultati economici e di capacità d’attrazione di talenti.

La rivoluzione del lavoro, insomma, non è un’opzione, ma la realtà. Non solo perché le macchine dialogano sempre più con l’uomo con un’ibridazione potente, che può anche intimorire. E non solo perché oggi una nuova tecnologia abilitante si diffonde in poche settimane in tutto il mondo.

La tecnologia, lo stiamo imparando, va avanti a velocità logaritmica. A questo deve rispondere un’educazione formativa delle persone per avere skills in linea con le richieste dei settori.

Oggi sappiamo che circa il 30% delle posizioni altamente tecnologiche rimangono vacanti per mancanza di skills adeguate. È un alert acceso dall’Osservatorio delle competenze digitali che sottolinea il gap italiano che interessa i cosiddetti digital consultant, per un totale di 12mila posizioni scoperte.

Non è un caso che, notizia di pochi giorni fa, Microsoft abbia lanciato in Italia la campagna #DigitalRestart, un piano quinquennale con un investimento di 1,5 milioni di euro per promuovere la digitalizzazione nel Bel Paese.

Ma è una trasformazione che si può non subire, la si deve governare. E questo è possibile solo se si conosce che cosa sta cambiando e chi sta crescendo.

Secondo lo studio The future of Jobs, condotto dal World Economic Forum, tra le professionalità ormai consolidate e destinate a crescere entro il 2022 si possono elencare gli analisti e i ricercatori di dati, gli sviluppatori di software e applicazioni, gli esperti di e-commerce e social media. Ma anche tutte quelle risorse focalizzate sullo sviluppo come i responsabili dell’innovazione e gli specialisti dei modelli organizzativi.

Le professioni sulle quali porre l’accento sono gli specialisti di intelligenza artificiale e di apprendimento automatico, tecnici dei big data, analisti della sicurezza delle informazioni ed esperti della blockchain.

È chiaro che il digitale stia marchiando a fuoco questa evoluzione complessa che deve trovare coinvolti lavoratoti, imprese e istituzioni. Ma, certamente, ognuno fin da ora può trovare la strada per non farsi sorprendere dal futuro, ma per accoglierlo come una nuova strada da percorrere.

Se c’è una legacy già individuabile del Covid19 in ambito lavorativo, è certamente un futuro fattosi più prossimo, che ha spinto tutti noi a essere più smart e connessi, dove gli esperti di tecniche e strumenti digitali si sono, quasi d’improvviso, imposti come protagonisti e abilitatori del cambiamento.