Lavorare non implica l’andare al lavoro: la nuova possibilità dello smartworking

Il Coronavirus ha fatto irruzione nella normalità, stravolgendola, al punto che il Censis ha parlato di stress test per il nostro Paese.

Come rileva l’Istat nel suo Rapporto annuale, è stata una prima volta per la maggior parte degli italiani che ha dovuto imparare a lavorare da casa: è il cosiddetto smartworking, oggetto, in questi mesi, di plausi e critiche. Diverse le posizioni che hanno portato alla ribalta delle cronache il dibattito sul tema.

Aspra la polemica scatenata, ad esempio, dalle parole del sindaco di Milano, Giuseppe Sala: «Sono molto contento del fatto che il lockdown ci abbia insegnato lo smartworking, ma ora è il momento di tornare a lavorare perché l’effetto grotta per cui siamo a casa e prendiamo lo stipendio ha i suoi pericoli».

Termini forse infelici che lasciano quasi intendere come il “tornare a lavorare” riduca a un non-lavoro l’impegno esercitato durante la chiusura. Aperto, invece, all’evoluzione dell’organizzazione del lavoro si dice il giuslavorista Pietro Ichino che, però, parla anche di «letargo» per definire lo smartworking della Pubblica Amministrazione durante l’emergenza sanitaria.

Posizioni che hanno indotto la Ministra per la Pubblica Amministrazione, Fabiana Dadone, a dichiarare: «Sono orgogliosa dell’impegno di oltre 3 milioni di dipendenti pubblici: lo dico a chi fa finta di non vedere solo perché la critica fa più notizia».

Polemiche, insomma, che hanno posto punti interrogativi sull’argomento. Rimane, quindi, la domanda di approfondire in maniera seria e critica l’efficacia di un simile modello. Certamente, non è detto che lo smartworking di per sé sia efficace. Si tratta di una possibilità che intreccia molti fattori.

Il contesto dettato dal Covid non è stato dei più semplici: limitazioni emergenziali, spazi ristretti per un’ampia percentuale di lavoratori, figli in casa, esigenze domestiche, convivenza cogente con tutta la famiglia, nessuna distinzione tra tempo personale e tempo di lavoro.

Ognuno si è trovato nel giro di poche ore a riassestare il work-life balance per riscoprire un nuovo equilibrio.

Alcune iniziative di legge hanno supportato positivamente questo cambiamento organizzativo, come il congedo parentale o il bonus baby-sitter. Ma non sono certo simili misure quelle che possono garantire un vero cambiamento di mentalità.

Perché tutto quel che ci siamo trovati a vivere può essere di insegnamento per comprendere a fondo quale sia lo stato dell’arte dello smartworking nel nostro Paese, a cosa deve tendere e cosa può essere migliorato.

Come, cioè, possa cambiare il mondo del lavoro per lasciare al centro la persona in tutti i suoi aspetti, dalla cura di sé a quella della famiglia, senza prevaricare occupando lo spazio e il tempo dell’intera giornata.

La prima evidenza è che lavorare non coincide con l’andare al lavoro. Essere presenti in ufficio, partecipare alle riunioni in presenza, viaggiare per appuntamenti a tu per tu può non essere l’unica traduzione possibile di lavoro.

Il lockdown ha impedito ogni movimento insegnando così a digitalizzare quel che era possibile, come portare avanti i propri obiettivi, partecipare alle riunioni e non mancare gli appuntamenti, senza dover per forza prendere treno, aereo o pagare un pedaggio autostradale. Si può fare, questa è la prima evidenza.

Di conseguenza, ci si è chiesto che cosa, allora, che cosa è essenziale, conveniente, cosa porta risultati? Incominciare a ragionare per obiettivi può far scaturire un nuovo ordine nella giornata e una diversa produttività.

Esiste una necessità, una cogenza, un grado di importanza e una nuova definizione di urgenza, termine oggi abusato per la tempistica di ogni attività.

Un simile esercizio libera il tempo, che può trovare nuovi spazi per la famiglia o per un contesto di amicizie utili al benessere della persona. Si costruisce, così, un assetto capace di favorire persino il mondo professionale in cui si è inseriti, dando possibilità di sopravvivenza a una nuova eguaglianza di genere tra padre e madre, tra uomo e donna con una giusta e diversa suddivisione dei compiti.
Sono novità, quindi, che possono determinare un cambiamento della persona, la scoperta di legami personale e lavorativi, l’emersione potente delle cosiddette soft skills, una nuova empatia e una più profonda vicinanza. Insomma, un nuovo umanesimo.