PERCORSI DI OUTPLACEMENT: INTERVISTA A STEFANO CORDARA

Stefano Cordara da metà settembre ricopre un ruolo di responsabilità in una multinazionale. Ma solo sette mesi prima, a febbraio, il lavoro non l’aveva più. L’outplacement lo ha preso per mano, anche in tempo di lockdown, e accompagnato fino a firmare in tempi record un nuovo contratto. Ecco la sua storia.

Stefano ha 46 anni, tre figli e – da poco, appunto – un nuovo lavoro. Vive e lavora a Milano, sua città d’origine.

Alle spalle oltre vent’anni di carriere da IT Manager e da Facility Manager, in una multinazionale come ultima posizione. Una mattina tutto questo ha lasciato un vuoto e un’apertura al futuro.

Come questa storia ha avuto inizio?

A fine febbraio mi sono ritrovato a firmare un accordo di uscita dalla mia azienda. Seguendo il consiglio dei miei legali ho richiesto che mi venisse offerto un percorso di outplacement con Intoo.

In un attimo, alla precarietà lavorativa si è aggiunta anche la precarietà esistenziale del Coronavirus. Non è stato facile.

Accettare di chiedere un aiuto, esporsi con una persona terza, che non si conosce, davanti alla quale mettersi in gioco, non è semplice. Io ho affrontato questo percorso a distanza, virtualmente, ed è stata una doppia sfida. Ma non sono mai stato lasciato solo.

Ci racconta i passi del cammino che ha compiuto?

Il percorso di Intoo prevede incontri settimanali tra la persona e i consulenti di carriera. Nel mio caso sono stati meeting virtuali, sì, ma molto concreti: la prima fase ha visto l’analisi delle mie competenze e una riscrittura del curriculum vitae, un lavoro di circa un mese e mezzo. Il cv, sembra banale a dirlo, deve rispecchiare veramente le mie esperienze professionali, saperle raccontare in modo efficace mettendo in evidenza le mie competenze.

Sono stato invitato a partecipare a webinar che aiutavano a gestire il rapporto con gli head hunter, ad accrescere il mio network su Linkedin e a rafforzare la cerchia di rapporti. Inoltre, le simulazioni di colloquio e l’analisi dei possibili approcci a specifici mercati sono state per me due esperienze molto utili.

E la ricerca del lavoro?

È iniziata a metà aprile con il contattare gli head hunter, un’azione che ha conosciuto il suo picco di impegno a metà maggio. Se da una parte il Coronavirus ha assottigliato le possibilità di nuove occupazioni, dall’altra i cacciatori di teste o i responsabili delle risorse umane erano più disponibili a rispondere, dare feedback, richiamare. E questo è stato per me un fattore molto positivo.

Ricercavo per due posizioni, IT Manager o Facility Manager. Chiaramente le occasioni per il primo profilo erano più vaste che non per il secondo, che privilegiavo ma che, in Italia, è una posizione poco richiesta. A tratti mi sono demotivato al vedere che il tempo, anche se ne era trascorso poco, passava. Ma non mi sono fermato e ho rimesso in campo il metodo che mi era stato insegnato.

Che cosa è cambiato?

Ho affinato la modalità di ricerca. In particolare, ho rafforzato il networking, sia on line sia tramite conoscenze personali. E questo ha portato frutto. A fine maggio ho visto una posizione aperta che mi interessava. Mi sono candidato, ma non sono stato richiamato.

Allora a luglio ho scritto direttamente al responsabile delle risorse umane presentandomi e offrendo le motivazioni per cui il mio profilo poteva essere adeguato al criterio di selezione. Dopo soli tre giorni mi hanno telefonato. Nella prima metà di agosto ho sostenuto tre colloqui e nei primi giorni di settembre ho ricevuto l’offerta economica. Ho messo in pratica le tecniche che mi avevano insegnato e tutto è cambiato. Ora lavoro come Facility Manager di tutte le sedi italiane per il secondo broker assicurativo al mondo con 40mila dipendenti.

Qual è stato il momento più difficile?

Quando ho fatto la procedura d’uscita a metà febbraio ero molto ottimista per l’esperienza che avevo alle spalle e per il mio naturale atteggiamento volenteroso. Ma è arrivato il Covid e mi ha demotivato. A giugno, poi, mi sono ulteriormente preoccupato per l’avvicinarsi dell’estate che mi sembrava potesse imbalsamare del tutto il mercato. Ma la realtà è stata più forte dei timori.

Consiglierebbe lo stesso percorso a un amico?

Mi è stato insegnato un metodo utile: da solo mi sarei limitato a candidarmi agli annunci sui portali, invece ho scoperto come approcciare in maniera efficace gli head hunter e i referenti delle aziende o, ancora, quali sono le parole giuste da usare in un determinato ambito e con un certo interlocutore.

Sono tutte tecniche che impari e fanno la differenza. Ma, più ancora che la metodologia, è stato un percorso di crescita personale, durante il quale ho scoperto anche tanti miei difetti e ho lavorato per cambiare e fare emergere i miei punti di forza. Guardare il passato senza timore insieme a un altro, esporre tutto di sé con la libertà di farsi aiutare: questa è stata la mia crescita più importante.