PROATTIVITÀ, LA SOFT SKILL PIÙ RICHIESTA DALLE AZIENDE

Proattività. È questa la parola chiave che guida, senza ombra di dubbio, un iter professionale positivo, sia per chi un lavoro lo sta cercando, che per chi lo ha già e desidera fare del suo meglio per crescere e portare valore in azienda.

Proattività, cosa vuol dire concretamente?

Essere proattivi significa porsi in una condizione di azione, non di passiva reazione, di fronte a ciò che accade nel nostro settore e nella nostra realtà lavorativa in particolare. Non subire, non reagire emotivamente, ma avere un atteggiamento curioso nei confronti dei cambiamenti, provare a comprenderli a fondo e discernerne le ragioni per capire quale può essere il nostro contributo.

La chiave per un’esperienza professionale positiva

Un atteggiamento di questo tipo è la soft skill, cioè la competenza impalpabile ma dai risultati concreti e ben visibili, fra le più apprezzate dai capi perché previene l’obsolescenza delle competenze e dei ruoli.

Ma anche per chi cerca lavoro la proattività è un elemento nodale. Aspettare che la posizione giusta, a pochi chilometri da casa, con una retribuzione più che soddisfacente, non paga perché l’opportunità giusta non cadrà certo dal cielo, soprattutto se non abbiamo curato il nostro aggiornamento professionale e ci proponiamo con un profilo che pecca di conoscenze e competenze allineate alle richieste del mercato.

Non lamentarsi, ma agire

La formazione continua è ormai un dato di fatto ineludibile perché il mercato non si è mai evoluto e aperto a ritmi così rapidi e il trend è destinato a consolidarsi. È un punto di non ritorno che ci impone di alzare l’asticella. Certo è un percorso faticoso, ma anche entusiasmante, che ci permette di “stare al passo” e restare appetibili per un mercato che apre prospettive nuove e internazionali.

Possiamo provare a guardare l’iter che abbiamo davanti non tanto come un ostacolo inevitabile, quanto come un’opportunità per aumentare il valore aggiunto che esprimiamo. È una questione di mindset.

La golden rule per trovare lavoro

Una posizione di diverso tipo, che aggira lo sforzo di un atteggiamento proattivo e mira a risolvere “top-down” la questione dell’occupazione, non riesce a portare i risultati sperati.

Guardiamo alla fatica del reddito di cittadinanza, che, per ammissione del Ministro dell’economia Roberto Gualtieri, funziona come misura assistenzialistica ma è deficitaria nella cosiddetta seconda gamba, quella cioè del placement.

Persino il Presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, in una recente intervista alla Stampa, chiarisce: «Il reddito è anzitutto un sostegno contro la povertà. La parte delle politiche attive potrà essere efficace se ripartono la crescita e gli investimenti.

I percettori del reddito non sono lavoratori particolarmente qualificati, e far decollare il sistema di inserimento al lavoro non è facile». Non è semplice trovare lavoro, è chiaro, nemmeno con l’aiuto del navigator.

Quel che non deve accadere è che l’aiuto diventi un “disincentivo” a che la persona si rimetta in marcia “mettendoci del suo”.

Trovare la propria occupazione è un lavoro che pretende costanza, pazienza e metodo; il più grande supporto del reddito può e deve essere rimettere in moto la persona che attivamente cerca, guarda e decide.

Il primo step per chi è alla ricerca del lavoro è dotarsi degli strumenti giusti per marciare; a partire da una lettura sintetica delle proprie competenze e delle esperienze professionali, la persona può dare spazio a una formazione che valorizzi il suo percorso passato o potenziale.

Una formazione che deve tenere conto delle esigenze del mercato del lavoro, in primis le skill digitali, perché questo permette un più semplice inserimento occupazionale. Le soluzioni più facili spesso sono le meno durature, mentre la formazione, pur richiedendo molti sforzi, garantisce una continuità nel tempo, una professionalità.

Misure come il reddito di cittadinanza dovrebbero, quindi, essere intese come un invito a rimettersi in gioco, sapendo di poter contare su un po’ di “fiato” e, così, poter avere una spinta maggiore a reinserirsi nel mercato del lavoro.

È un protagonismo nuovo quello che viene richiesto, sempre considerando un supporto esterno e qualificato. Ma nulla sarà sufficiente se la persona non si attiverà e si limiterà ad aspettare.