WORK-LIFE BALANCE: COSA VUOL DIRE LAVORARE SUL PROPRIO EQUILIBRIO

Oggi interpelliamo Monica Dongili, trainer e professional coach INTOO, su un tema che si sta radicalmente trasformando e sta cambiando i nostri obiettivi e attese, quello del work-life balance.

Ma è vero che la vita personale, con i suoi alti e bassi, può far sinergia e dar man forte alla vita professionale? O è una pura questione di equilibrio, di spazi adatti per l’una e l’altra?

Si è sempre parlato di conciliazione, di giusti tempi per la vita privata e il lavoro, ma siamo stati forzosamente portati – in questo ultimo anno, quasi due ormai – a confondere i confini (fisici e temporali) tra l’una e l’altra; è stato difficile interporre una linea di demarcazione netta tra le due dimensioni.

Questo cambiamento ha portato con sé la grande occasione di una rivalutazione profonda sul tema del work-life balance, spingendoci più in là rispetto alla semplice “conciliazione”.

La pandemia ha aiutato finalmente l’umanità a misurare la propria vulnerabilità, a guardarla senza cedere alla tentazione di rimuoverla in tutta fretta. Gli equilibri pregressi sono stati posti in completa discussione.

Come può la scoperta della fragilità, della vulnerabilità, essere considerata un passo in avanti nel rafforzamento della persona?

Misurare la propria vulnerabilità significa per me metterci in movimento come esseri umani; questo movimento porta a rivedere le aspettative, i bisogni e gli obiettivi per confermarli oppure per disegnarne di nuovi, senza timore.

Un primo passo è accogliere quanto accade intorno a noi, anche se ciò dovesse significare riconoscere i propri punti di debolezza; solo scoprendoli si potrà iniziare a lavorare su un nuovo orizzonte.

È fondamentale concedersi del tempo (una risorsa fondamentale in ogni percorso di consapevolezza e di orientamento) senza attendersi risposte immediate, in quanto un nuovo equilibrio è frutto di tanti piccoli passi che portano la persona a orientare una nuova prospettiva nel cambiamento.

È così che il cambiamento verrà integrato in profondità. Poi certamente più si incontrano cambiamenti nella vita, più si diventa duttili ad accettarli.

Cosa vuol dire lavorare sul proprio equilibrio?

Riconoscere lo stato emozionale di quel momento, nel qui ed ora, uscendo dalla rassegnazione che può generarsi davanti a una fase difficile di cambiamento della vita e disegnando qualcosa di nuovo.

La sfida è accogliere il ‘momento zero’, quello dove le certezze di prima non ci sono più e il nuovo orizzonte non si è ancora delineato. Quello che ho osservato in diverse circostanze di cambiamento è che stare dentro la fase zero permette di uscire dalla routine, di nutrirsi di pensieri nuovi ed emozioni nuove, si acquisisce un nuovo ‘mindset’.

Spesso nei miei percorsi formativi uso la metafora della scacchiera: se stai giocando le tue mosse e sei in stallo (cioè non vedi più nuove mosse da mettere in atto), la svolta viene dal cogliere un altro punto di osservazione; l’aiuto che ti può dare un terzo occhio, una nuova prospettiva, come quello di un amico, di un collega o di un professionista coach.

La cosa importante è non rimanere radicati al passato, guardare il presente attentamente con nuove prospettive e orientare un passo verso un nuovo futuro. È nell’esatto istante in cui si rimuovono i pensieri limitanti (i bias) che si vedono nuove mosse nel gioco della vita che stiamo affrontando.

Quali sono i profili più disposti ad accettare questo percorso?

Chi vuole crescere, chi vuole utilizzare il suo potenziale raggiungendo nuove performance e risultati personali e professionali, al netto delle interferenze che ostacolano il percorso stesso.

La pandemia ha evidenziato due nuovi equilibri da ritrovare; ci sono persone che si sono sentite al sicuro nel loro rifugio durante il lockdown, con un migliore equilibrio vita-lavoro, e ora devono uscirne con un’inedita flessibilità e portare questa esperienza nella nuova normalità.

All’estremo opposto troviamo le persone che hanno vissuto il periodo del lockdown in modo negativo, quasi in prigionia, e per uscirne devono lavorare sull’elasticità per riaprirsi e tornare ad esercitare le proprie capacità cognitive ed emotive.

Per tutti il punto è apprendere dal presente, rivedere il legame tempo-luogo, ridisegnare le dimensioni del lavoro, riallineare le relazioni e l’uso della tecnologia e aumentare il benessere.

Perché in fondo dobbiamo lavorare sulla nostra identità personale e professionale, ricca di relazioni, competenze ed esperienze, risorse che ci permettono di gestire con maggior sinergia i ruoli che ricopriamo nella nostra vita e nel lavoro.